|
Fausto AMODEI
Tra
gli ex alfierini, come non ricordare Fausto Amodei, architetto-chansonnier?
Con la sua collaborazione abbiamo organizzato, nell'Aula
Magna del Liceo, due riuscitissime serate dedicate alle
sue canzoni e quelle degli autori che ha studiato e che
si è divertito a riproporre :
- Giovedì 18 aprile 2002. Cantacronache.
Lezione -concerto per voce e chitarra.
- Venerdì 04 aprile 2003. Due "chansonniers"
piemontesi del XVIII e XIX secolo: padre Ignazio Isler e
l'avvocato Angelo Brofferio.
Grazie, Fausto
!
Io son l’esangue,/l’ intellettuale,/
con eleganza so parlar male:/ con frizzi e lazzi,/ motti
sui razzi,/ sempre mi batto per un ideale./ Ma non chiedetemi
scelte concrete:/ son già troppo impegnato a pensare,
/ ci voglion due staffe, si sa, per cavalcare...
Sulle note de L’ intellettuale di
Michele Straniero si è aperta il 18 aprile scorso
la piacevolissima serata musicale in compagnia di Fausto
Amodei, nell’aula magna del liceo, insospettabilmente
dotata di un’ottima acustica. La lezione-concerto
era anche l’occasione per ricordare Riccardo Fabbri,
lo sfortunato ex alfierino scomparso di recente in Messico,
e per raccogliere fondi da utilizzare per una borsa di studio
a lui intitolata. Duecento persone circa, dai 18 anni a
…molti di più, hanno ascoltato assorte per
due ore che sono volate una rassegna delle canzoni dei Cantacronache.
Era la fine degli anni ’50 quando
vide la luce quest’ esperienza, unica, di canto-musica-militanza
politico/civile che accompagnò il cammino verso la
modernizzazione di un’Italia un po’ ingenua,
un po’ bigotta, di poveri ma belli alle prese con
il miracolo economico e non le ferite ancora fresche della
guerra.
Il nostro ex alfierino Fausto Amodei,
architetto in pensione ma cantautore in piena attività,
non si è risparmiato e con voce e chitarra ha voluto
rendere omaggio ai tanti straordinari compagni di strada
di quest’avventura, riservandosi l’ultima parte
del concerto.
E così sono sfilati davanti ai
nostri occhi – e orecchie- Italo Calvino, Sergio Liberovici
e Fiorenzo Carpi (Oltre il ponte, Il padrone del mondo,
Sul verde fiume Po), Franco Fortini (Tutti gli amori), Michele
L.Straniero (Ballata del soldato Adeodato, La zolfara),
Emilio Jona (Tredici milioni, sulla Shoah), ciascuno tratteggiato
con pochi e vividi tratti nel suo profilo umano e intellettuale.
E su tutto e tutti aleggiava lo spirito irriverente e anarchico
dell’amatissimo Brassens di cui in un inatteso fuori
programma Fausto ha fatto ascolare L’orage da lui
tradotto, come molti altri testi dello chansonnier, in piemontese.
Il pubblico ha ascoltato attentissimo
e divertito, i più “maturi” con un pizzico
di nostalgia per gli ideali e le passioni di altri tempi,
ma anche, forse, per i giorni in cui erano giovani e ascoltavano
per la prima volta O ragazza dalle guance di pesca/ o ragazza
dalle guance d'aurora (Oltre il ponte di Calvino), i più
giovani, curiosi e sorpresi alla scoperta che Amodei &
C. sono stati i padri spirituali di Guccini, dei Modena
City Ramblers, tanto per citare nomi a tutti -o quasi- noti.
La rappresentanza degli studenti alfierini era un po’
inferiore alle aspettative, tenuto conto che il concerto,
nelle intenzioni degli organizzatori, doveva essere anche
un’occasione per sentire la loro opinione e per aiutarli
a conoscere un frammento di storia e di cultura italiana,
ma, si sa, con le interrogazioni di filo o di mate o di
greco piazzate proprio il giorno dopo non si scherza.
Tra le canzoni del suo repertorio che
il nostro ha scelto: Ero un consumatore (storia tragicomica
di una gimcana tra cibi adulterati), Il ratto della chitarra
(Cantava senza paura/di versi un poco insolenti/in barba
alla Censura/contro i padroni e i potenti), il classico
Il tarlo, vita, morte e miracoli di un capitalista del…legno,Il
censore (ricordate il caso del giornalino del liceo “Parini”
di Milano La zanzara?), Il povero Elia (una sorta di ingenuo,
tenero e inerme Fantozzi)
Alle 23,30 con Ninna nanna del capitale
è stato mandato a nanna anche il pubblico, assai
divertito: l’immagine e gli effetti speciali vendono,
ma l’intelligenza e lo humour fanno bene allo spirito.
Grazie, Fausto. Non dimenticare che ci
hai promesso un concerto dedicato alla musica popolare piemontese
(Angelo Brofferio in testa, padre Isler e, magari, anche
quel “tuo” tal “poeta ch'as ciama George
Brassens”).
Naturalmente grazie ai prof dell’Alfieri,
agli studenti, al gentile custode sig. Pesce e agli ex alfierini
del Dams che hanno curato la videoregistrazione del concerto.
Per finire un consiglio a chi volesse
riascoltarsi con calma le canzoni più note e approfondire
la conoscenza del Cantacronache: presso il Folkclub di via
Perrone 3 bis (Tel 011/537636) è disponibile il volume
+ cd Cantacronache-Un’avventura politico-musicale
degli anni Cinquanta, a cura di Emilio Jona e Michele L.
Straniero, altrimenti introvabile. Da non perdere!
M.G.A.
Che sotto lo stereotipo di seriosi Bôgianen
dei piemontesi si nascondano spesso vis polemica, umorismo
e gusto della vita si sa e lo ricordava anche Bruno Lauzi
nel presentare, l’anno scorso, il cd Omaggio al Piemonte
realizzato dalla Regione (“I piemontesi sono matti
come cavalli, animati da una quieta follia che li porta
talvolta a frantumare i codici di comportamento che loro
stessi, calvinisticamente, si sono dati nei tempi dei tempi”).
Ne hanno dato conferma le canzoni di Padre Isler e dell’avvocato
Angelo Brofferio cantate e suonate da Fausto Amodei nella
serata organizzata dall’Associazione il 4 aprile scorso,
nell’aula magna del Liceo. Preparatosi con cura filologica,
il nostro ex alfierino si è anche premurato di proiettare
su schermo i testi in piemontese con traduzione a fronte
così da consentire ai più giovani, ai mezzosangue
e immigrati di “gustare” le parole dei due chansonnier[1].
Parole “grassocce” e irriverenti, non certo
da educanda o da circolo del bridge, quelle dell’
“orgia lessicale”, come è stata definita,
del Rabelais piemontese tenuto d’occhio dal Vicario
del Sant’Uffizio, e parole taglienti quelle della
implacabile satira brofferiana, capace però di lasciare
il posto anche a toni lirici di grande umanità. Una
delizia, offerta con spontaneità e ironia da Fausto
Amodei che ha presentato ogni pezzo restituendone il senso
e il contesto, a dimostrazione dello studio con cui si è
avvicinato ai nostri due anticonformisti che, ci è
parso, suscitano tutta la sua simpatia, soprattutto quel
Brofferio che proclamava “Guai a col ch’a s’ancaprissia
‘d volei giusta la giustissia!” e in cui Victor
Hugo salutava “il combattente dell’Italia, l’atleta
della libertà…”.
La prima parte del concerto si è
aperta con le canzoni dell’Isler (1702?-1783), parroco
della Crocetta nel ‘700, “fratacchione”paffuto
e gioviale,“sboccato” ma non sguaiato, morto
di podagra, incline al buon vino e alla crapula, nonché
capace, con il suo torinese “grass e robust”
(Pinin Pacòt) di tratteggiare “tipi”
indimenticabili di popolani dai connotati espressionisticamente
deformati. Fausto Amodei ce li ha fatti “materializzare”
sotto gli occhi a partire dalla “racchiona”
de “Le deformità di una figlia che, stimandosi
bella, vuol maritarsi”, 1731, (“Sul nas a’lha
un boton/ch’l’è gross com una bocia…
A l’ha quatr dent rancian/Ch’a tardopa a tombeje…”),
per proseguire con l’esilarante coppia del “Dialogo
tra un Marito stitico e sua Moglie lubrica di corpo”,
1741, che, dopo un tripudio di immagini, diciamo, “corpose”,
si conclude con l’amabile consiglio “A chila
un bon stopon/A chiel, an leu’d savon/ un gavabora”.
“Il Ruotatore (L’Arrotino)” fa invece
pensare a certi saggi e disincantati popolani del Belli
che fan della miseria una filosofia di vita (“S’j
heu bin la borsa un poch lingera /Cos’è lò
lì? Tant a j’è gnun su costa tera /Pi
alegher ‘d mi.”). Dopo “Il testamento
di Giacomo Tross” (una sorta di nonno di Maria Giuana
che raccomanda, in caso di morte, “Ch’am sotro
ant una crota”), ecco in prima persona il nostro Isler
confessarsi “O mi povr om, i son pur disgrassià”
e denunciare nel “Pentimento Fratesco” la sua
vita grama “con crucci e con fastidi”. Hanno
chiuso la prima parte della serata le ipocrite e smorfiose
bigotte de “Le Bizòche”,1773, acutamente
ritratte come vipere maligne, santarelline che fanno le
teologhe, e liquidate con un bel “Tute ste bigotasse/
Campeje là ai crovass.”
E’ stata poi la volta dell’avvocato
Brofferio (1802–1866), un uomo che, senza ombra di
dubbio, le cantava chiare, senza tanti scrupoli e senza
guardare in faccia a ruoli e status sociale come nel “Sor
Baron” dove sotto le spoglie fittizie del tronfio
Baron d’Onea (Oneglia), discendente di Enea e Augusto,
il Nostro sbeffeggiava il Conte Vittorio Sallier de la Tour
che incede, “prepotent”, facendosi largo, con
le sue “neuv decorassion”, in mezzo alla “plebaja”.
Ma la satira intelligente dell’avvocato-cantautore
poteva perfino incantare le sue vittime, come quel conte
Luigi Cibrario, illustre storico torinese, che, sbertucciato
nel “Sor Cavajer”, 1831, (“come è
rigido, come è fiero, come è impettito Sor
Cavajer, capace di fabbricare un sacco di antenati”),
divenne poi amico del suo cantore. “Ël Vicari
d’ Mòdena”,1832, è una irrispettosa
canzone in cui il prelato, emblema di tanti predicatori
tonanti e giudicanti, pronuncia il suo veemente sermone
pasquale contro framassoni e liberali, rei di tutte le colpe
del secolo (“Se Cain l’era un bricon/Al’è
causa ij francmasson; /E se Abel l’ha fait ij baj,
/A l’è causa ij liberaj.”): un po’
di demonizzazione non fa mai male. Brofferio, però,
sapeva anche comporre versi leggiadri in onore de “Le
Spirit Folèt ”(1833), lo Spirito Folletto,
sorta di Cupido i cui sortilegi colpiscon quanto più
si è inermi e distratti e che, mentre fugge le “nòne
fruste e sgangarà”, va ad insidiare le giovani
e belle (come non pensare a Cecco Angiolieri?). E nel Canzoniere
brofferiano non mancano versi nostalgici e delicati come
quelli de“Ël bòsch d’ Vignòle”,
1838, non lontano, come ci ha suggerito Fausto, dalla commossa
memoria di “Romagna” di Pascoli (“Sotto
questo noce, la bacchetta di Atlante mi portava sulle ali
del vento…”, “pian piano dietro un vecchio
castagno faceva capolino Teresina”) e, magari, aggiungiamo,
di Leopardi (“O dove siete miei cari sogni di gloria,
romanzi d’amore dove siete volati?”, “A
diciott’anni com’è bello il mondo!”).
Ma il più tipico Brofferio è
il fustigatore di vizi e vizietti di potenti e politicanti:
ne “La ciarlataneria”,1840, i suoi strali colpiscono
i voltagabbana al passo coi tempi, premiati dai vincitori
di turno (“Tan tan e tin tin/ Tabass e ciochin:/Dventoma
un’Ecelenssa.”), banderuole buone per ogni stagione
e governo (“ho deciso di patentarmi ciarlatano con
piffero e trombetta”, “Branda [cioè ultramonarchico]
più che il re, più cattolico del Papa…”).
“Ij doj Cont”, 1854, è l’impietoso
ritratto del codino Conte Thaon di Revel e del Conte di
Cavour, caso ante litteram di conflitto di interessi, in
quanto Ministro dell’Agricoltura e gran proprietario
terriero; tutti e due “ si sdilinquiscono per lo Statuto”
(“in Piemonte è una pacchia siringare [siringer]
la libertà”). “L’Abolission dij
Convent”, 1854, si riferisce alla proposta di Rattazzi,
deputato della sinistra cooptato da Cavour col famoso “connubio”
(secondo i malpensanti la madre di tutti gli “inciuci”),
per dar corso alle sue riforme): si tratta di un divertente
responsorio, protagonisti il padre priore e il coro dei
frati, in cui Brofferio, con grande virtuosismo, mette in
rima il piemontese e il latino (“Ij ministr son propi
buli. /Sicut equi et sicut muli.”). Ne“Ij bombon
d’ Sor Cont! (Regal per le feste)”, il dialogo
tra un esattore e un contribuente mette in scena l’eterna
vicenda del tartassato che non trova scampo dalle mani rapaci
dello Stato sempre pronto a succhiargli il sangue, anche
dopo la morte (“Fermo!… Diritti anticipati di
cassa, di tomba, di chiodi e di martello. Su, su, fuori
gli scudi, gloria e onore al magnifico Conte di Cavour.”).
Ma, si sa, tutto il mondo è paese e così,
nella “Suplica Chineisa”, 1855, nella forma
di un’apocrifa supplica del popolo di Nanchino ai
sette Ministri (“contro qualunque allusione che far
si volesse”), cadono sotto gli strali dell’avvocato
i sette ministri di Cavour al tempo dell’odiata (da
Brofferio) “Crimea”. “A rumio” e
“a toiro” e del paese han fatto una spelonca,
dello statuto un banchetto; ogni giorno una nuova tassa:
“Gran Monarca son sette ladri: dategli lo sfratto!”.
L’incontro con l’avvocato
Brofferio si è chiuso con la summa del suo amaro
disincanto e realismo “La copa e la gamela”,1855,
un’amara riflessione sui veri motori della storia,
il profitto -o mercato che dir si voglia- (la ciotola dei
soldi) e la baionetta della guerra (la “gamela”,
la gavetta del soldato): “Tut a va, tut a va, tut
a va /Con la copa e la gamela.”. Esplicito il riferimento
agli intrallazzi di Don Mastai (Pio IX) con l’indigesto
Napoleone III e con il banchiere Rothschild.
A conclusione della riuscita serata, che
dire se non che l’appetito vien mangiando? L’
“Amodei Fan club”, dopo “Cantacronache”
e Isler & Brofferio, attende ora Brassens in piemontese,
ma anche il canzoniere di un certo architetto cantautore.
Maria Grazia Alemanno
[1] I due canzonieri sono pubblicati in due pregiati,
curatissimi volumi da Viglongo: Ignazio Isler, Canzoni e
Poesie piemontesi, ed. Viglongo, 1999, p. 472, Angelo Brofferio,
Canzoni piemontesi, ed. Viglongo, 2002, pp. 452.
|