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Rassegna cinematografica 2016

Rassegna 2016
Anche quest’anno l’Associazione Ex Allievi e l’Associazione Ricerche Spirituali presentano la rassegna cinematografica “Il solco e il sentiero”

Excalibur
Tibet. Il grido di un popolo
Morte di un maestro del tè
La fine è il mio inizio
Centochiodi

presso il
Liceo Classico Statale “Vittorio Alfieri”
di Torino
ore 20.30 precise
ingresso libero

Martedì 19 gennaio 2016 – Excalibur

di John Boorman, con Nigel Terry; Helen Mirren; Nicholas Clay; Cherie Lunghi; Patrick Stewart; Gabriel Byrne. Fantastico, durata 140 min., USA 1980

Prima di morire in un’imboscata, un nobile medievale, padre del neonato Re Artú, impianta la sua spada magica Excalibur in una roccia; il mago Merlino predice che essa verrà estratta un giorno da un vero Re. Con l’aiuto di Merlino il giovane Artú riesce a estrarre la spada e diviene Re dei Britanni; poi riporta la pace tra i feudatari rivali,
riunendoli in una Tavola Rotonda. Egli lancia la ricerca del sacro Graal, aiutato dal coraggioso cavaliere Lancillotto. “Forgiata da un mago. Predetta da un mago. trovata da un uomo”. Rifacimento di “Re Artú e i cavalieri della Tavola Rotonda” 1910.


Martedì 16 febbraio 2016 – Tibet. Il grido di un popolo

di Tom Peosay. Titolo originale Tibet: Cry of the Snow Lion. Documentario, durata 104 min. – USA 2002.

Sono stati necessari più di dieci anni di produzione per realizzare un film su una terra troppo a lungo dimenticata. Il Tibet appare per la prima volta in una prospettiva nuova e drammatica grazie a una ricchezza di immagini senza precedenti: dai millenari rituali degli antichi monasteri alle corse dei cavalli dei guerrieri Khamba; dai bordelli di Lhasa ai meravigliosi picchi Himalayani ancora oggi percorsi dalle carovane di yak. Gli oscuri segreti della recente storia tibetana affiorano nei racconti e nelle testimonianze dei diretti protagonisti, mentre immagini di repertorio inedite descrivono una storia epica di coraggio e di passione.


Martedì 15 marzo 2016 – Morte di un maestro del tè

di Kei Kumai, con Eiji Okuda, Toshiro Mifune, Kinnosuke Nakamura, Go Kato, Shinsuke Ashida, Eijiro Tono, Taketoshi Naitô, Tsunehiko Kamijô, Taro Kawano, Teizo Muta. Titolo originale Sen no Rikyu. Drammatico, durata 107 min.- Giappone 1989.

Un film che ha diviso la critica alla Mostra di Venezia del 1989 e ha ricevuto ex aequo con un film portoghese il Leone d’Argento. Uno dei più fedeli discepoli di Sen No Rikyu, grande maestro del tè, vive ancora del ricordo di ciò che il suo istruttore gli ha insegnato. Viene invitato un giorno da Uraku, un altro discepolo, all’inaugurazione di una nuova sala da tè perché quest’ultimo vuole un aiuto nella ricostruzione dell’ultimo periodo di vita del maestro e conoscere le cause che lo portarono a fare harakiri. Molto tradizionale nello spirito del cinema giapponese, il film ha una sua bellezza pur rimanendo su toni freddi e intellettuali.


Martedì 19 aprile 2016 – The Shift – Il Cambiamento ATTENZIONE: il film sarà “La fine è il mio inizio” inizialmente programmato per maggio

di Jo Baier, con Bruno Ganz, Elio Germano, Erika Pluhar, Andrea Osvart, Nicolò Fitz-William Lay Titolo originale Das Ende ist mein Anfang. Drammatico, durata 98 min. Germania, Italia 2011.

Mancano poche settimane alla fine. Tiziano Terzani, da tempo malato di cancro, sta per morire. Mentre raccoglie i suoi ultimi pensieri, tra salutari risate e umane preoccupazioni, decide di richiamare il figlio Folco da New York per trascorrere con lui, nella sua casa di campagna, un momento di confronto confessionale. Quei dialoghi, registrati con devoto impegno dal figlio, diventeranno il libro “La fine è il mio inizio”. Il film di Jo Baier è un atto di coraggio che sfida le dure leggi dell’intrattenimento perché è un’opera fatta di parole, silenzi e sguardi, pochi movimenti agitati e tante inquadrature delicate. Chiusi, e allo stesso tempo liberi, nella casa di campagna del giornalista, i protagonisti sono in burrasca, attendono con controllata pacatezza un dolore annunciato. Ma il desiderio di ribellarsi ad un programma stabilito di sofferenza viene incanalato in un senso più ampio di pace. La confessione arguta di un uomo che ripercorre, episodio dopo episodio (l’incontro con la moglie Angela, gli aneddoti sui due figli), paese dopo paese (Cina, Vietnam, Singapore), tutte le più grandi esperienze della sua vita, investe il figlio della responsabilità di registrare tutto perché, mentre il corpo se ne va, l’animo continui a vivere nella memoria di chi rimane.
Lo spettatore deve predisporsi all’ascolto, deve calibrare i propri istinti emotivi, lasciarsi andare alla commozione, ma allo stesso tempo rimanere vigile di fronte al pensiero finale di un uomo che potrebbe sembrare esoterico (il contatto stretto con la natura, la predisposizione a riflessioni sull’universo, e l’abbigliamento da ‘santone’), ma che invece evita qualsiasi tentazione new age. Anche quando racconta del volo di una coccinella sull’Himalaya o delle cavallette che ricordano primavera, il suo personale panteismo naturalistico non rappresenta mai un punto d’arrivo ma un passaggio che chiama altro sapere. E così, anche alla fine della vita corporea, non smette di curiosare tra le profondità dell’anima, tentando – e infine trovando – un modo umanamente altissimo di andarsene.
Ridere per poter morire in pace, seppur con rabbia. E morire ridendo. Abbandonarsi a ciò che accomuna tutti gli uomini con accettazione, dimostrando che si può volgere lo sguardo al passato, ripensare a ciò che si è fatto e riconoscersi: fare la vita che si desidera è fattibile, dice il padre Tiziano al figlio Folco. Bruno Ganz e Elio Germano dimostrano di aver compreso la profondità del suo pensiero e, con dedizione e rispetto, rappresentano, il primo l’ingombrante ombra di un padre straordinario ma difficile da raggiungere, il secondo l’intelligente volontà di essere diverso dal genitore, pur ammirandone lo spirito da esploratore. Un’eredità aggraziata che, in tempi di distrazione cronica e rumore generalizzato, dimostra di essere un gioiello preziosissimo.


Martedì 17 maggio 2016 – La fine è il mio inizio  ATTENZIONE: il film ora in programma è “Centochiodi”

Un giovane e attraente professore universitario di filosofia si rende improvvisamente irreperibile. È infatti ricercato per un reato del tutto insolito: ha letteralmente inchiodato al pavimento e ai tavoli di una biblioteca ricca di antichi manoscritti e incunaboli quegli stessi volumi preziosi che avevano nutrito la sua formazione. Mentre i carabinieri lo cercano, il professore trova rifugio sulle rive del Po, a Bagnolo San Vito, dove una piccola comunità gli offre riparo e accoglienza.
Ermanno Olmi, classe 1931, ha deciso, da spirito libero quale è sempre stato: Centochiodi è il suo ultimo film di fiction. D’ora in avanti tornerà al primo amore o, meglio, al mezzo espressivo che per primo ha incontrato sulla sua strada artistica: il documentario. Ecco allora che questa ‘storia’ diventa una sorta di testamento autoriale. Cosa preme di più al settantaseienne autore? Gli preme, ancora una volta, guardare alla Fede attraverso l’uomo. Un uomo liberato dal vincolo del rigore della Legge che, per interessi del tutto umani, si pretende essere metro di tutte le cose. La parola, la parola scritta, codificata nei libri non vale un caffè con un amico. Olmi contro la lettura quindi? Assolutamente no. Olmi contro l’agitare i Libri (di qualsiasi fede e religione) per nascondere dietro quelle pagine, di cui ci si proclama unici e indefettibili interpreti, progetti di egemonia culturale o politica. Il Sacro per il regista è troppo importante per essere chiuso entro limiti. “Ma pur necessari, i libri non parlano da soli” afferma l’epigrafe che apre il film.

Chi parla veramente al cuore e alla mente del protagonista, un Gesù Cristo in autoesilio dal mondo freddo della ‘Cultura’, sono quegli umili che vivono sulle sponde del Po (fiume amato da Olmi che già ne aveva cantato la magia in un documentario) che sono capaci di accogliere con piena naturalezza (senza neppure far mancare quella carnalità che può anche sfociare nel motteggio volgare) lo Sconosciuto. Magari anche aiutandolo a riparare un tugurio, ricevendo poi in modo disinteressato la sua solidarietà nel difendere quegli argini che il mercantilismo cieco vorrebbe deturpare. È proprio in questa genuina umanità che si rispecchia il senso della vita secondo Olmi ed è un po’ un peccato che il doppiaggio delle fasi iniziali del film e quello del valido Raz Degan (a riprova che i Maestri sanno trovare il talento là dove altri hanno visto solo l’esteriorità) in qualche modo ne falsino la compattezza, non solo stilistica ma anche sonora. Meglio sarebbe stato se Degan avesse parlato in quel suo italiano stentato che lo avrebbe fatto diventare un ‘Cristo’ venuto da lontano e ancor più pronto (rispetto a quello un po’ declamatorio che ci offre il doppiatore) a ‘imparare’ dall’uomo che fa del dialetto il mezzo di comunicazione della sua saggezza popolare. Nonostante questo il film rimane nella mente e nel cuore spingendoci ad attendere il suo ritorno sugli schermi con i documentari che già sta realizzando.